Le trame. Metto le mani avanti: non che ce l’abbia con la trama (il plot). Non è neppure il fatto che se si *legge solo per la trama* (cfr. Peter Brooks, Trame – tit orig. Reading for the plot -, Einaudi) si perdono cose importanti di un romanzo/racconto o di un film (idea vera ma in fondo *banale*: lo sanno tutti).
La questione che mi sta a cuore è che quando abbiamo finito di leggere ricomponiamo tutto, a ritroso (appunto ricostruiamo la trama), alla luce di come si è conclusa la vicenda/trama/plot.
Re-interpretiamo tutto.
Trasformando (perdendo?) il piacere, l’ingenuità, del momento in cui abbiamo letto quella singola pagina/episodio/dialogo e nel quale tutto ci sembrava ancora possibile, nulla era ancora deciso nel destino dei personaggi.
Eravamo meglio predisposti a recepire la forza di ogni parola, il piacere immediato, consapevole, del momento, la forza dell’istante (Kundera. Il Sipario, Adelphi), – senza avere già scoperto il senso, che solo gli eventi successivi avrebbero dato.
E’ una specie di maledizione del lettore dei romanzi: legge/interpreta e dà senso alle storie (e ne ricava grande piacere) ma così facendo, una volta chiuso e attribuito il senso alla storia chiude le infinite possibilità che la storia sembrava riservare.
Quando diciamo: “non mi dire come va a finire”, non ci preoccupa solo il fatto che quando ci svelano il finale ci rovinano la sorpresa della conclusione di una vicenda che ci ha preso. Ci rovinano ogni singola pagina del romanzo.
Sappiamo che se al momento in cui leggiamo del primo incontro di Anna Karenina con il suo futuro amante, alla stazione, ci venisse rivelato l’episodio chiave del romanzo (si svolge parecchie centinaia di pagine più avanti e ha sempre a che fare con il treno e non dico altro per coloro che non hanno mai letto Anna Karenina): se ci venisse rivelato, dicevo, la lettura di quel primo incontro non sarebbe la stessa di una lettura inconsapevole, avrebbe su di sè l’ombra del finale. Non sarebbe aperta a ogni possibilità, previsione, speranza. Sarebbe come chiusa, già in partenza. Un po’ come se a 30 anni ci dicessero come va a finire la nostra vita. Una cosa terribile sarebbe. E anche la lettura ci piacerebbe meno, infinitamente meno. Perché così tanto nel piacere del leggere dipende dal senso (direzione) della storia?
Quel che ci interessa è l’effetto che il *leggere per la trama* ha su come parliamo dei libri. Già, qui la faccenda si lega alla dimensione pubblica del leggere, quindi anche ai gruppi di lettura. Il fatto è che se raccontiamo la nostra esperienza di lettura a *libro terminato* il nostro discorso sarà condizionato dal senso creato dalla trama, dalla sua conclusione.
Se invece ne parliamo a lettura in corso le impressioni che esprimiamo sono più legate all’istante della lettura, alle attese nostre e dei personaggi, alle possibili evoluzioni della storia, ai dettagli delle scene, magari anche alle possibilità di sviluppo che la trama non ha avuto; agli eventi possibili ma non realizzati. Il discorso è più ricco, più creativo. Più aperto.
Per tornare all’esempio di Anna Karenina, chiunque parli della scena del primo incontro incontro alla stazione dopo aver letto il finale, faticherà a considerare nel suo discorso, le possibilità che la storia d’amore di Anna aveva e che non ha sperimentato. Parlerà sapendo che la vicenda _è già decisa, come terminata_ e quindi tenderà a ignorare/dimenticare/trascurare particolari, temi, idee, suggestioni che quel finale ha cancellato, non ha realizzato, non ha reso possibile. Il suo discorso sarà quindi più povero.
L’intervento l’avevo pubblicato, in due parti su Gruppo di lettura




